| Approfondimento di Walter Morico |
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| Scritto da WEB Master | |
| Mercoledì 03 Settembre 2008 23:40 | |
VICENDE STORICHE E PERSONAGGIIl borgo di Castelvecchio Calvisio, reso inconfondibile dal particolarissimo impianto urbano caratterizzato da una cinta muraria di forma ovale munita di torri rompitratta che racchiude un sistema viario cardo-decumanico perfetto, conserva elementi architettonici di epoca romana, ma sono gli archi e le volte medievali a regalare gli scorci più incantevoli al visitatore. Il centro abitato è ubicato tra le necropoli italiche del Piano Buto in località La Supra, quella del colle La Croce e quella della Valle che si estende tra Castelvecchio e Carapelle, dove incontriamo un’incredibile ricchezza di reperti anche epigrafici, romani e preromani, oltre ai resti dell’antica Villa Calvisia (detta nel periodo altomedievale Villa Magna), toponimo che identificherà successivamente Castelvecchio e Carapelle. Tra i probabili centri fortificati italici del territorio comunale va segnalato quello di Monte Mattone, oltre a un altro “vicus” italico fortificato soppiantato forse da un “castrum” romano proprio dove sorge l’attuale, raro esempio di pianificazione medievale. L’Antinori, massimo storico abruzzese che studiò e visitò questi luoghi nella seconda metà del XVIII secolo riteneva certa la presenza in loco di una “gens Calvisia” in epoca romana sulla base della documentazione epigrafica ivi rinvenuta. La prima fonte storica che attesta già nel 779 d.C. l’esistenza di un “castello sopra S. Lorenzo”, cioè dove sorge l’attuale Castelvecchio Calvisio, e delle chiese di S. Cipriano e di S. Lorenzo è il Chronicon Volturnense del monaco Giovanni, che riporta fedelmente una serie di documenti relativi ai possedimenti monastici dell’abbazia di S. Vincenzo al Volturno, gestiti e controllati dalla “cella” di S. Pietro ad Oratorium nella valle Tritana. I documenti storiografici successivi confermano fino all’inizio dell’XI secolo i vasti possedimenti abbaziali nel territorio, feudo dei conti di Valva (gemmazione dei conti dei Marsi) già dal 972 d.C. e appena turbato dalla prima invasione normanna guidata da Ugo Malmozzetto intorno al 1070 d.C. Dal preziosissimo “Catalogo dei Baroni” redatto dopo la conquista normanna di re Ruggero d’Altavilla del 1140, apprendiamo che Oderisio di Collepietro teneva direttamente dal re in Valva Carapelle, (questo termine include spessissimo, fino al XV secolo, il borgo di Castelvecchio e dal XIV secolo addirittura l’intera baronia di Carapelle, formata anche dai castelli di Calascio, Rocca Calascio e Santo Stefano) feudo di quattro militi e altri feudi per un totale di militi diciannove. I Collepietro, di origine normanna, domineranno una larga fetta di territorio che in precedenza era stato sotto la giurisdizione dei conti di Valva. Oderisio si incomincia a distinguere con l’appellativo “de Palearia” dagli altri esponenti della sua famiglia che conservano l’avito possesso di Collepietro. Con ogni probabilità si tratta di “Oderisio il Grande”, cardinale e abate di S. Giovanni in Venere dal 1155 al 1204. Gli ultimi documenti emersi relativi a questo personaggio tra i più espressivi del XII secolo, confermerebbero totalmente la tradizione locale che voleva il trasferimento della popolazione degli agglomerati aperti, le cosiddette “Ville Calvisiane” della valle che si estende tra Castelvecchio e Carapelle, all’interno dello straordinario borgo fortificato che oggi possiamo ammirare, progettato e destinato unicamente ad accogliere la popolazione. I conti di Pagliara amministrarono il territorio ininterrottamente fino al 1266, quando dopo la battaglia di Benevento nei registri della cancelleria angioina incontriamo quale feudatario Federico “de Tullo”, nipote di Tommasa di Pagliara contessa di Manoppello, ultima esponente della famiglia normanna, fino al 1271 quando dopo vari contrasti il feudo di “Carapelle” fu assegnato all’angioino Matteo di Plexiaco (Plessis), cui succederà il figlio Matteo II nel 1279. Nel 1294 per mancanza di eredi i feudi di Manoppello, Tocco, Casalincontrada e Carapelle furono assegnati da re Carlo II d’Angiò ad Agapito, Sciarra e Stefano Colonna, ma nel 1297 papa Bonifacio VIII li scomunicò e l’anno successivo Manoppello e altri feudi passarono a Bertrando d’Artus o d’Artois. Quello che sappiamo per certo è che la baronia di Carapelle era pervenuta alla famiglia Acquaviva già all’inizio del XIV secolo, alla quale subentrò Ruggero II conte di Celano (la madre era Isabella d’Acquaviva) verso il 1350. Gli successe il figlio Pietro nel 1382 e quindi il figlio di questi Nicola intorno al 1406, con la morte del quale si estinse nel 1418 l’antica e nobilissima famiglia dei conti di Celano. La baronia di Carapelle come molti altri feudi passò a Lorenzo Colonna nel 1420 - 21 e per successione al figlio Odoardo nel 1423, primo marito della celeberrima Jacovella, della famiglia dei conti di Celano. Alla morte di costui nel 1436 Jacovella si risposò con il famoso capitano Jacopo Caldora, che aggiunse questi possedimenti agli altri. Nel 1439 Jacopo cessò di vivere e Jacovella convolò a nozze con il nipote del Caldora, Lionello Accrocciamuro o Acclozamorra, signore di tutti i feudi dal 1440 al 1458. Jacovella, vedova per la terza volta, cercò di favorire la successione del figlio Ruggerone Accrocciamuro, ma a causa delle scriteriate azioni di quest’ultimo re Ferrante d’Aragona nel 1463 assegnò la contea di Celano e la baronia di Carapelle ad Antonio Todeschini Piccolomini, duca di Amalfi e nipote di papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini). Il duca Antonio lasciò la vita terrena nel 1493 e gli successe il figlio Alfonso I Piccolomini fino al 1498, anno della sua uccisione. Da allora la consorte Giovanna si occupò dell’amministrazione all’incirca fino al 1520, quando il figlio Alfonso II Piccolomini fu in grado di governare. Il nuovo duca nel 1541 cedette la baronia di Carapelle a Giulia Silveri Piccolomini, cui successe nel 1544 il vedovo Luca o Lucio del Pezzo. Nel 1559 Innico Piccolomini era diventato signore del marchesato di Capestrano e della baronia di Carapelle, morto il quale nel 1566 l’unica figlia Costanza ne ereditò i beni feudali. Nel 1569 la duchessa Costanza vendette il marchesato e la baronia con patto di ricompra a Ottavio Cattaneo, ma a causa di liti insorte tra il nuovo signore e gli abitanti per motivi fiscali, nel 1579 avvalendosi del diritto di ricomprare vendette l’utile dominio dei feudi suddetti al granduca di Toscana Francesco de’ Medici. La celebre casata fiorentina mantenne il controllo del territorio attraverso i propri governatori fino al 1743, anno in cui il principato di Capestrano e la baronia di Carapelle furono assorbiti dai Borboni di Napoli quali stati allodiali. Nel 1744 Castelvecchio, come gli altri centri della baronia, ebbe il proprio emblema di Università Civica, che sarà poi fedelmente riprodotto nel “popolar sigillo” anche in epoca napoleonica e in seguito, fino al Regno d’Italia. Dopo la conquista del potere da parte dei Francesi nel 1806 il riordino amministrativo del Regno di Napoli vedeva l’istituzione dell’Intendenza di Aquila e nell’ambito della stessa si qualificavano Carapelle “comune principale” (e quindi sede dell’amministrazione municipale) e Castelvecchio (allora privo di strada rotabile) “comune riunito”. All’epoca Castelvecchio manteneva il proprio sigillo circolare parlante con un castello aperto sul campo, merlato e finestrato, torricellato e sormontato da due stelle in campo d’oro, con scritta intorno “VNIVERSITA’ DI CASTELVECCHIO” E DATA 1744 ALL’INTERNO. Nel 1810 si provvedette alla ripartizione dei demani tra i cinque “comuni” formanti l’antica baronia di Carapelle. Con la creazione del Decurionato, formato da dodici cittadini probi, vale a dire il Sindaco, il Cancelliere e dieci Decurioni (cinque di Carapelle e cinque di Castelvecchio), dal 1806 prese l’avvio un sistema amministrativo che durerà fino al termine del Risorgimento, fase che annoverò tra i protagonisti locali i carbonari Camillo di Girolamo e Francesco Scacchitti, entrambi imprigionati dai borbonici. Dopo accese dispute tra liberali e realisti e il definitivo trionfo dei primi con la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, la famiglia Visioni acquistò crescente importanza, per raggiungere l’acme nella prima metà del Novecento grazie alle rimarchevoli opere del Cav. Panfilo Visioni, figura di assoluto rilievo che esercitò la professione di notaio a L’Aquila e a Roma e che fu soprattutto il maggior artefice nell’operazione volta al raggiungimento dell’agognata autonomia comunale ottenuta con legge n. 377 del 15 luglio 1906. Nel corso dei secoli la trasformazione delle austere abitazioni medievali nelle accoglienti dimore del Rinascimento fu resa possibile soprattutto grazie ai cospicui proventi derivanti dalla commercializzazione dello zafferano, di straordinaria qualità. Gli stemmi finemente scolpiti ancora presenti su splendidi portali in pietra e all’interno della chiesa parrocchiale ricordano le famiglie locali più illustri e alcune residenze dei governatori che amministravano in nome e per conto dei Piccolomini prima, dei Medici poi. La chiesa più importante e forse più antica dell’intera baronia di Carapelle è la chiesa di S. Cipriano, fondata sui resti di un tempio pagano dedicato a Venere (la Cipria Dea), con epigrafi e manufatti architettonici di ogni epoca storica. All’interno sono ancora visibili alcuni affreschi del XV secolo. Costituì per secoli la parrocchiale “fuori le mura” di Castelvecchio, fino a quando nel 1478 il fonte battesimale per comodità fu trasferito nell’attuale parrocchiale di S. Giovanni Battista, allora dedicata a Santa Maria. L’attuale parrocchiale, antico palazzetto fortificato estraneo rispetto all’impianto originario, si presenta con una facciata munita di campanile a vela a cinque fornici e asimmetrica, corrispondente alle due navate. Il portale principale presenta un architrave scolpito con vari motivi floreali e una mezzaluna, simbolo dei Piccolomini, ai quali va verosimilmente attribuito il merito della realizzazione dell’edificio di culto. All’interno ammiriamo il maestoso fondale ligneo dell’altare maggiore barocco, che racchiude tutta la storia e la tradizione di Castelvecchio. In esso sono collocate le statue di S. Cipriano, di S. Martino, di S. Giovanni Battista e di S. Lorenzo, oltre alla statua della Madonna della Valle, al centro dell’insieme. Tutto è sovrastato dall’immagine statuaria del Salvatore. I due altari posti ai lati dell’ingresso sono entrambi sormontati dagli eleganti stemmi con cimiero della nobilissima famiglia Ciampella, autoctona ma in gran parte trasferitasi a L’Aquila nella seconda metà del XVI secolo, dove si distinse ulteriormente divenendo una delle famiglie più illustri della città capoluogo. Giuseppe Ciampella fu uomo dottissimo tra i primi avvocati del Regno e scrisse tra l’altro un trattato di annona, meritando ripetute citazioni e lodi degli storiografi aquilani. Ammiriamo inoltre il pregevole altare dedicato a Santa Maria delle Grazie con altri due stemmi gentilizi scolpiti: quello di destra è della famiglia Vespa, oriunda di Calascio. Un’altra famiglia illustre emergente soprattutto nel XVIII secolo fu quella dei Milani, la quale ebbe quali figure maggiormente rappresentative i fratelli Teodoro e Stanislao. Il secondo fu dottore in diritto civile e personaggio di spicco in virtù delle proprie capacità amministrative, stimato e famoso in tutto il territorio. Nel 1423, pochi giorni prima che Braccio da Montone stringesse d’assedio L’Aquila, in occasione della richiesta avanzata a Luigi III d’Angiò concernente l’annessione al contado della città capoluogo dei cinque castelli formanti la baronia di Carapelle e di quello di Secinaro, viene menzionato per la prima volta con tale nome “Castri Veteris”. Fino ad allora le notizie di cui disponiamo comprendono nel toponimo “Carapelle” l’odierno Castelvecchio Calvisio e a volte l’intera baronia di Carapelle. Nella prima numerazione aragonese dei fuochi del 1443 e in quelle successive fino ai documenti del 1468 fu registrato invece come “Castrum Vetus de Baronia” o Castello Vecchio della Baronia, per evitare equivoci con altri insediamenti omonimi. Dalla numerazione del 1530 – 32 fu chiamato Castelvecchio Carapelle, toponimo che manterrà fino al 1883, quando assunse l’attuale denominazione con R.D. del 30/07/1883, n. 1546. Al proposito va precisato che Carapelle aggiunse la specificazione “Calvisio” con R.D. del 24/05/1874, N. 1933 per distinguersi dall’omonimo Carapelle in provincia di Foggia, centro fondato da re Ferdinando di Borbone nel 1774. Testo di Walter Morico, autore del libro “Castelvecchio Calvisio. Storia e territorio”. |
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| Ultimo aggiornamento ( Venerdì 05 Settembre 2008 18:34 ) |